I Brea

A partire dalla seconda metà del ‘400 e per più di cento anni, le chiese e gli oratori nascosti nelle valli verdeggianti delle Alpi marittime e della contea di Nizza hanno visto la presenza di numerosi artisti locali. Alcuni di essi possono essere considerati gli eredi delle grandi personalità che i committenti chiamavano dal Piemonte, dalla Lombardia e dalla Provenza, altri, invece, sono stati capaci di creare uno stile proprio e di fare scuola: tra questi gli artisti appartenenti ad una stessa famiglia di origine ligure, quella dei Brea, tra loro emerge la figura di Ludovico Brea; la sua cultura figurativa è di derivazione franco-fiamminga su cui, progressivamente, si innestano componenti lombarde, arrivando così ad un linguaggio pittorico perfettamente in coesione con quello che è il panorama culturale ligure tra Quattro e Cinquecento. Considerando globalmente l’arco della sua produzione è facilmente riscontrabile una certa discontinuità, dovuta a diversi fattori, tra cui l’offerta e le influenze culturali con cui il maestro viene a contatto e con cui si misura. Inoltre è necessario ricordare che Ludovico Brea, come altri artisti della sua epoca, operava con una consistente ed organizzata presenza di collaboratori, alcuni dotati di una propria fisionomia, che coadiuvavano il maestro nella realizzazione delle diverse commissioni, secondo una collaudata pratica di bottega, permettendogli di operare su un territorio molto ampio e di accettare incarichi anche in stretta contiguità temporale. La sua famiglia proveniva da Montalto ligure, nella Valle Argentina, dove tale cognome è tuttora ancora diffuso, e svolgeva attività pittorica, inizialmente ad un livello artigianale, rifacendosi alla scuola pittorica della Valle Arroscia, ricordata per le decorazioni della Chiesa di Triora, dove già nel 1374 il pievese Pietro Berto era stato l’autore “locale” delle figure di Dio Padre e degli Evangelisti. L’inizio della costruzione del convento dei Domenicani a Taggia, con l’intervento di architetti e decoratori lombardi, intensifica, a partire dal 1460 l’afflusso di pittori dalle altre regioni, ma per la realizzazione delle pale d’altare le famiglie abbienti preferiscono chiamare gli artisti locali che godono di maggior fama, in primo luogo Ludovico Brea, considerato l’erede della grande tradizione avignonese. Si apre così il periodo d’oro della pittura gotica in sede locale, periodo che durerà un quarantennio, dal 1478 – anno del San Domenico di Giovanni Canavesio a Taggia - fino al 1516 quando Ludovico Brea firma l’ultima opera pervenuta: il San Giorgio di Montalto. Vi invitiamo quindi a riscoprire le opere che adornano gli edifici religiosi con immagini simboliche, oggi non più facilmente decriptabili, che hanno saputo resistere al tempo e ancora oggi ci invitano al raccoglimento, nella consapevolezza che questi capolavori, testimoni del pre-Rinascimento, hanno permesso di trasmettere la storia dei temi principali della religione cristiana, allora al centro delle preoccupazioni intellettuali ed artistiche nelle città e nei villaggi dei nostri territori.

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