Il ciclo è composto da sette medaglioni, quattro dei quali dipinti sulle velette d’angolo della volta, su cui si innalza il tiburio o cupola ottagonale, mentre tre emergono sull’arco trionfale del presbiterio. La novità del rinvenimento consta essenzialmente nel fatto che per la prima volta scopriamo Pietro Guido a cimentarsi nel tema dell’incarnazione del verbo attraverso le testimonianze degli antichi Profeti Biblici e delle Sibille, le profetesse pagane che con i loro oracoli avrebbero vaticinato la nascita del Cristo dalla Vergine. La raffigurazione delle Sibille, infatti, rientra pienamente nella tradizione pittorico-culturale degli artisti piemontesi del secondo Quattrocento e del primo Cinquecento. A Pieve di Teco, Pietro Guido non pare dipendere né dallo schema usato dai Biazaci a Piani d’Imperia, né da quello dello sconosciuto pittore della cappella vescovile dell’antico episcopio di Albenga, mentre si avvicina maggiormente, aldilà della grafia, alle Sibille affrescate nella chiesa parrocchiale di S. Giacomo di Luserna S. Giovanni. Le raffigurazioni delle velette sono a tre quarti, speculari fra loro e rappresentano, da destra rispetto all’altare, in senso antiorario, il Re Salomone, seduto in trono con fluente barba bianca e copricapo con infule sacerdotali, la Sibilla Persica, il profeta Isaia e la Sibilla Libica, dai capelli biondi e a mani conserte attorno al petto. Nei due medaglioni laterali, invece, sono dipinte altre due sibille, di cui una è ancora parzialmente scialbata, mentre nell’altra si conosce inequivocabilmente la Tiburtina. Nel tondo centrale dell’arco trionfale, decorato con motivi fitomorfi, è raffigurata la Madonna col Bambino, seduta in trono e affiancata da angeli.

